Vedelago

Scritto il 28/02/2014
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CENNI STORICI

L’abbondanza di acque sorgive ha favorito l’insediamento umano fin dall’epoca preistorica come documentano ritrovamenti di materiali litici e fittili. Nella zona della frazione di Cavasagra, in località Fossa Storta, non distante dalle sorgenti del fiume Sile sono stati ritrovati strumenti in selce, lame di media grandezza, raschiatoi, apici di falcetti, punte di frecce, diverse macine da mulino in pietra arenaria e un’ascia in marmo serpentino verde. Questi oggetti sono da iscrivere al Neolitico e cioè a 4.550 – 3.000 anni avanti Cristo.
Alle sorgenti del Sile, a sud di Cavasagra in una zona paludosa, è stato trovato materiale vario in argilla e selce appartenuto ad un insediamento palafitticolo disposto a semicerchio.
Da questo sito, ascrivibile al periodo Eneolitico (3.000 – 1.800 anni a.C.) sono emersi resti di materiale organico come ossa di animali domestici e avanzi di cibo, selci lavorate, raschiatoi e vasi di argilla appartenenti a una necropoli. L’insediamento doveva contare sette-ottomila persone.

 

L’avvento dei romani ha portato ad una radicale riorganizzazione del territorio con una centuriazione che si sviluppava lungo la via consolare Postumia tracciata nel 148 a.C. da est a ovest (decumano) e che trovava nella direttrice nord – sud cioè l’asse Acelum (l’attuale Asolo) - Padova il cardo. Nel capoluogo e a nord di Albaredo, ma soprattutto nelle frazioni di Fanzolo e Barcon, verso nord, la centuriazione è particolarmente “leggibile” con strade dritte e con fossati che si incontrano perpendicolarmente. Lungo la via Postumia sono emersi resti di abitazioni e di sepolture di epoca romana.
Nel corso dei secoli si è consolidata l’agricoltura ed in particolare la zootecnia con importanti allevamenti bovini, che erano presenti, peraltro, già in epoca romana, come attesterebbe il nome personale latino Vitellius che, secondo un’autorevole studio avrebbe dato nome al territorio (Vitellianus - Vedelago) . Secondo un’altra interpretazione il nome Vedelago deriverebbe invece dalla presenza di numerosi acquitrini, lagune e piccoli laghi.
Il travagliato periodo delle invasioni barbariche (401 – 924) ha portato anche nel nostro territorio distruzioni e saccheggi. La Via Postumia che per anni aveva visto sviluppare fiorenti commerci, divenne l’asse di penetrazione degli Unni con a capo Attila, degli Ostrogoti con il re Odoacre, dei Longobardi guidati da Alboino ed infine degli Ungheri, tanto che la Via Postumia fu rinominata Strada Hungarorum o Via Ongaresca.

 

Nel medioevo e fino alla dominazione veneziana (1339) il territorio fu soggetto al Comune di Treviso ma fu a lungo conteso tra Ezzelino III da Romano rappresentante dell’Imperatore Federico Secondo (1227-59), i Carraresi Signori di Padova, gli Scaligeri Signori di Verona e i Da Camino Signori di Treviso che, qualche anno prima aveva edificato e fortificato Castelfranco (1185-99) proprio in funzione anti-scaligera e anti-padovana.
La pax veneta fu turbata solo dalla Lega di Cambrai (1509 – 1515) allorché un esercito di tedeschi guidati dall’imperatore Massimiliano, occupò Castelfranco nel 1509; che divenne quartier generale dell’imperatore di Germania.
Dal 1404 alla caduta della serenissima repubblica veneta (1797) il territorio è stato interessato dall’insediamento di ville poste a capo di vasti terreni che venivano bonificati, dotati di canali di sgrondo e coltivati.

 

Tra i maggiori proprietari terrieri vanno ricordati i Barbarigo e poi gli Emo a Fanzolo, i Priuli, i Morosini e i Piasini ad Albaredo, i Balbi, gli Avogadro, i Zuccareda e i Dal Corno a Vedelago capoluogo. Questi grandi latifondi, affidati a gastaldi, tendono a far scomparire le piccole proprietà ed a ridurre i contadini a semplici braccianti agricoli, la cui condizioni di vita sono veramente miserevoli. Poche sono le case da muro coperte di coppi e molti i casoni costruiti con fango e Sassi e coperti da tetti di paglia. Le condizioni di vita migliorarono un po’ nel Seicento, con l’introduzione del mais.
Dopo anni di pace, tra il 1796 anno in cui Napoleone invase il Veneto, e il 1866 l’anno della definitiva annessione al regno d'Italia. Nel corso dell’Ottocento la proprietà terriera è ancora in buona parte divisa in latifondi: gli Emo, i Corner, i Pola, gli Antonimi, i Morosini, gli Zuccareda, detengono la gran parte del territorio e solo nella seconda metà del secolo sì avverte una modesta crescita della piccola e media proprietà terriera, tanto che l’unica scelta per molti è quella dell’emigrazione.

 

L’apertura di due linee ferroviarie nel nostro territorio portò notevoli benefici e fece uscire il comune da un isolamento ormai insostenibile: nel 1877 fu aperta la Vicenza-Treviso con stazione ad Albaredo, nel 1884 fu inaugurata la Padova-Belluno, con stazione a Fanzolo.
Dal 1879 emigrarono centinaia di cittadini, soprattutto verso il Brasile, per salvarsi dalla miseria e dalla pellagra divenuta malattia endemica. Il fenomeno dell’emigrazione continuò, pur con varie fasi, fino agli anni sessanta del secolo scorso.
La prima guerra mondiale, pur con il suo carico di lutti e di disagi, portò, paradossalmente, un miglioramento delle condizioni di vita: i giovani soldati di leva mangiavano molto meglio di quando sì trovavano in famiglia e le famiglie percepivano un’indennità.

 

Negli anni Venti si assistette ad un frazionamento della grande proprietà terriera ed all’affermarsi della figura del coltivatore diretto, con un netto miglioramento delle condizioni di vita.
La seconda guerra mondiale fu vissuta con angoscia dagli abitanti di Vedelago per le continue incursioni aeree che prendevano di mira soprattutto le linee ferroviarie, le stazioni di Albaredo e di Fanzolo e la Strada Statale 53: mitragliamenti, bombardamenti, anche con bombe a grappolo, causarono molte distruzioni, morti e feriti. Nel secondo dopoguerra la ripresa è stata lenta e ancora per un decennio sì è manifestato il fenomeno dell’emigrazione o delle pendolarità verso centri industriali di Padova Mestre e Treviso.

 

Solo a partire dalla metà degli anni sessanta è iniziata un’inversione di tendenza con un netto calo dell’emigrazione, con un notevole incremento edilizio e con l’affermarsi di aziende artigianali e di piccole e medie imprese.

 

Ambiente fisico e paesaggio

Il Comune di Vedelago si estende per 61,66 Km quadrati al centro della pianura veneta; è pianeggiante, lievemente inclinato sull’asse nord-sud (75 m sul livello del mare a Caravaggio e 24 metri a Casacorba) ed è situato al centro del Veneto, tra i bacini del Piave e del Brenta. Il Comune è posto ad un’altezza media di 43 m sul livello del mare. Sulla linea delle risorgive; nel territorio Comunale, precisamente a Casacorba, nasce il fiume Sile. Si tratta di un territorio di alto valore ambientale e naturalistico che viene tutelato e valorizzato dal Parco del Sile, nel quale è inserito.
E’ formato, oltre che dal capoluogo, da sei frazioni: Albaredo, Barcon, Casacorba, Cavasagra, Fanzolo e Fossalunga. L’attuale assetto del territorio risale al 1872. Albaredo, Cavasagra e Fossalunga erano, prima di quelle data, comuni autonomi. Dal punto di vista geologico Vedelago si colloca su depositi alluvionali di un paleoalveo del Piave che si saldano con i terreni sabbiosi e argillosi della fascia delle risorgive, in coincidenza delle quali affiorano le acque filtrate in profondità dai suoli ghiaiosi dell’alta pianura trevigiana.
Il suolo è costituito prevalentemente da un substrato ghiaioso (ghiaie e ciottoli) di origine glaciale, coperto da un cappello di sabbie e argille (il tipico “ferretto” di colore bruno) e da uno strato di terreno vegetale. Nella fascia posta a sud emergono terreni alluvionali e terreni torbosi.
Il paesaggio agrario è costellato da molte case sparse, piccoli borghi rurali con abitazioni e capannoni artigianali, collegati da una fitta rete stradale.
I nuclei urbani più rilevanti sono quelli che si sono sviluppati lungo l’asse viario della statale n. 53 (capoluogo) e lungo la direttrice (strada provinciale 5) Albaredo, Casacorba, Cavasagra.

 

La zona posta a nord della Postumia Romana, strada provinciale 102 (Barcon e Fanzolo) ha forte vocazione agricola e conserva evidenti le tracce della centuriazione romana. Il paesaggio agrario ha perso molte caratteristiche tipiche di un ordinamento agricolo ad indirizzi polivalenti, legati alle risorse umane e ai fabbisogni della famiglia e costituiti da piccoli appezzamenti divisi da canali, siepi e filari di alberi (piccoli allevamenti, orticoltura, viticoltura con sostegni vivi, bachicoltura, alberi da legna, ecc.). La scomparsa della tradizionale famiglia agricola e le esigenze della meccanizzazione hanno favorito la tendenza ad eliminare i filari e le siepi, anche se, fortunatamente, non sono del tutto scomparsi i campi delimitati da filari e siepi, e si è riconosciuta la valenza ecologica della siepe (habitat di numerosi animali) e la sua giustificazione a fini agricoli (protezione dal vento e dall’inaridimento).

 

Nella zona sud del territorio comunale (Albaredo, Casacorba e Cavasagra) permane una sistemazione agricola a “cavino” con canali di sgrondo delle abbondanti acque superficiali che caratterizzano il territorio. La zona era ricca di fontanili e di zone paludose di cui rimangono solo alcune tracce, a causa di imponenti opere di bonifica.
Quasi tutto il suolo è coltivato e il mais è la coltura prevalente, con percentuali che superano il 50% rispetto alle colture di frumento, orzo, avena, viti e prato. La produzione maidicola è giustificata anche dalla presenza dell’allevamento bovino praticato nella zona. Anche grazie all’impiego di fertilizzanti e di diserbanti, si è, così, imposta la più redditizia monocultura a scapito della tradizionale differenziazione e della rotazione agraria.
Il Clima: posto a quaranta chilometri dal litorale adriatico ed a trenta dalle Prealpi, Vedelago ha un clima temperato subcontinentale, con una temperatura media di 13 gradi e con precipitazioni attestate intorno ai 30 mm mensili.

 

 

Vedelago capoluogo e San Mamante

Vedelago fu interessato, in epoca romana dalla via Postumia e dalla via Cornara, i ritrovamenti di anfore vinarie e di fibule e falcetti, confermano la presenza di insediamenti romani. In un documento del 1231 è ricordata la Cappella di San Mamante, mentre al 1297 risale la prima menzione di una Cappella di San Martino a Vedelago. Nel 1681, rovinò il campanile e la vecchia chiesa di San Martino rimase danneggiata, tanto che fu necessaria una nuova costruzione. Nel 1695, un terremoto colpì il territorio e anche la chiesa subì danni. Nel 1717 fu deciso di erigere una nuova chiesa su progetto di Giorgio Massari (Venezia 1686 – 1766). Nel 1730 la chiesa fu arricchita e decorata, mentre tra il 1766 e il 1769 fu ampliata e decorata con un affresco dipinto nel soffitto, raffigurante San Martino, di Giustino Menascardi. Tra il 1925 e il 1927 la vecchia parrocchiale fu abbattuta per far posto alla nuova chiesa degli architetti Candiani e Vettorazzo.

 

All’interno conserva mosaici raffiguranti dei santi protettori della Parrocchia, della Diocesi e dell’Italia e i dodici apostoli e i quattro evangelisti. L’altare maggiore proveniente dalla vecchia chiesa è in marmo diaspro di Sicilia e fu realizzato tra il 1742 e il 1750. Anche l’altare della Madonna e del Sacro Cuore sono stati realizzato nel 1776. Nelle navatelle ci sono gli altari di San Giuseppe e Santa Teresina del Bambin Gesù. A sinistra dell’entrata è conservata un’antica statua di Sant’Antonio, mentre sulla destra si trova l’antichissimo battistero. Notevoli le sculture in legno e il ritratto di Monsignor Giuseppe Mattara, scultura in marmo bianco di Francesco Rebesco (1897 – 1985). Da ricordare anche Villa Venier, piccola ma graziosa costruzione settecentesca, impreziosita da un timpano, e la Casa Canonica anch’essa settecentesca.
Curiosa la costruzione che si trova di fianco alla chiesa, oltre la strada statale: l’istituto Margherita Sanson ha l’aspetto di una chiesa romanico-gotica ma è stato costruito nel Novecento, secondo uno stile eclettico non raro ai quei tempi.
Su Via Papa Sarto, di fianco al Municipio si trova Villa Zuccareda – Binetti della seconda metà del settecento, di proprietà comunale e Villa Cappelletto anch’essa di proprietà comunale e sede della Biblioteca comunale costruita su una più antica casa dominicale, nel 1927, su progetto dell’Architetto Candiani.


Notevole l’Oratorio di San Mamante, piccola e sobria chiesetta rurale del 1640, recentemente restaurata, dopo essere stata adibita alle più varie funzioni, nel corso degli anni; conserva una pala d’altare raffigurante il Santo martirizzato (l’iconografia potrebbe ricordare invece San Sebastiano) di Domenico Santoro, una tela cinquecentesca con l’Adorazione dei Magi e una statua in legno raffigurante il santo Patrono con la palma del martirio, opera contemporanea dello scultore gardenese Walter Panchieri.

 

Albaredo

La chiesa parrocchiale di Albaredo ha una storia quasi millenaria: dell’antica pieve di Albaredo si parla già in documenti del 1152, anche se nulla si sa della consistenza dell’edificio sacro.
L’attuale chiesa venne eretta sul luogo della precedente sul finire del XVII secolo ed è una delle più antiche del territorio. Il Parroco Giacomo Cesari, appartenete ad una ricca famiglia di Castelfranco fu il promotore e il progettista dell’edificio.
Il completamento dell’affresco del soffitto, con il tema dell’Annunciazione, opera di Melchiore Melchiori, è del 1685, mentre la consacrazione del nuovo edificio avvenne il 5 maggio 1716.
La chiesa conserva una splendida pala d’altare raffigurante l’Annunciazione di Maria, notevole opera del pittore castellano Pietro Damini (1592 – 1631).

 

Notevole anche il campanile settecentesco e la coeva Casa Canonica molto particolare per la sua struttura architettonica. Tra gli edifici civili di interesse storico non va dimenticata l’antica Locanda Corona d’oro, un edificio settecentesco che da oltre duecento anni tiene alto il lavoro dei tavernai. Tra le ville di Albaredo ricordiamo la quattrocentesca Villa Morosini Marcello, ora Marcon, Villa Memmo Pinarello eretta sul finire del Settecento con facciata tetra stila e Villa  Grimani-Morosini-Gatterburg eretta, verosimilmente, nel milleseicento ed ornata con bassorilievi raffiguranti le Quattro Stagioni di A. Thorvaldsen (1770 – 1844).
Al seicento va ascritta, verosimilmente, anche Villa Priuli Dolfin-Gritti, poco distante.

 

Barcon

La frazione di Barcon è da sempre condizionata, sul piano urbanistico, dalla Villa Pola Pomini. La sontuosa villa, di classico impianto palladiano, fu costruita nel 1718 su progetto dell’architetto veneziano Giorgio Massari; era costituita da un corpo centrale, con affreschi del Gian Battista Canal e da due ampie barchesse. Nella seconda metà dell’Ottocento i Pola, si trovarono in precarie situazioni economiche e non erano in grado di pagare le tasse che gravavano sulla villa, così decisero di abbatterla, mantenendo solo la barchessa di ponente ed adibendola a magazzino. Notevole anche la seicentesca Casa Quaggiotto. Della chiesa di Barcon, anzi della Cappella S.Michaelis de Barcon si parla già nel 1181, nel 1465 la chiesa è sotto il patrocinio di Giovanni Emo, ma qualche anno più tardi, nel 1496, la nobile famiglia trevigiana dei Pola la dota di 64 campi per le esigenze del curato e della chiesa.


Nel 1512 la chiesa viene ricostruita, a spese dei Pola, mentre la chiesa odierna è stata consacrata il 7 settembre 1935. Notevole, anche per la sua posizione ambientale e paesaggistica, l’oratorio della Madonna di Caravaggio, posto all’estremo nord della frazione: si tratta di un elegante tempietto ottocentesco, tradizionale meta di pellegrinaggi.

 

Casacorba

I documenti più antichi riguardanti la chiesa di Casacorba risalgono al 1181: nel paese esiste una Cappella eretta su terreno di proprietà del Capitolo Trevigiano, nulla conosciamo dell’antica chiesetta. La chiesa di Casacorba, fu eretta, nelle forma attuale, tra il 1738 e il 1741, e consacrata dal vescovo Paolo Francesco Giustiniani, nel 1777.
Non si conosce il progettista dell’edificio, attribuito da alcuni all’architetto veneziano Giorgio Massari, mentre il Federici la attribuisce più modestamente a Pietro Capellaro, capomastro di Levada.


Tra le opere custodite nella chiesa vanno ricordate la pala del ricco Altar Maggiore raffigurante Santa Fosca, San Giovanni Battista e San Girolamo, già attribuita al pittore Bonagrazia, è da farsi più modestamente rientrare tra le opere venete anonime del XVIII secolo, e la pala dell’altare di destra, raffigurante San Valentino, datata 1677 e firmata Giacomo Galletti o Galbetti.

 

Cavasagra e Carpenedo

La chiesa di Cavasagra, dedicata a Sant’Andrea, sì può far risalire al XII secolo, molti sono i documenti che la riguardano ma nulla si sa di come fosse e quali opere d’arte contenesse, anche se è facile supporre che l’attuale pala d’altare raffigurante Sant’Andrea, San Girolamo e Maria Maddalena, sia opera cinquecentesca commissionata proprio per questa chiesa. Il dipinto, molto originale dal punto di vista iconografico, è di ottima qualità pittorica anche se non è attendibile la sua attribuzione a Cima da Conegliano voluta da Luigi Crico, mentre rimane più credibile l’attribuzione di M. Lucco (1978) al veronese Domenico Capriolo (1494 1528). Le uniche notizie certe risalgono al 1580, allora la chiesa era lunga 50 piedi e larga 20.Negli stessi anni è menzionata la chiesa campestre di San Giacomo a Carpenè (oggi Carpenedo). Nel 1673 viene costruito il nuovo campanile. Nel 1818 viene posta la prima pietra della chiesa che, tuttavia “precipitò a terra per mala costruzione dell’architetto”.


Così sì dovette attendere il 1824 per la nuova chiesa, quella che ancor oggi possiamo ammirare. Lo slanciato campanile fu costruito nel 1893. L’edifico civile più importante della frazione è sicuramente Villa Corner (o Cornaro). Questa nobile famiglia veneziana, del ramo Piscopia, è conosciuta per aver dato i natali ad Elena, la prima donna laureata al mondo ed è presente a Cavasagra fin dai primi anni del cinquecento, con una sobria e solida villa a capo di una vasta tenuta. Nel 1717 la villa fu ristrutturata secondo il progetto dell’architetto Giorgio Massari, mentre subì un radicale rifacimento nella seconda metà del Settecento per opera di Giovanni Miazzi (Bassano del Grappa 1698 – 1787) e forse del castellano Francesco Maria Preti (Castelfranco Veneto 1701 – 74), al quale vengono attribuite le due ampie ed eleganti barchesse. Notevole anche villa Fovra, costruzione novecentesca ora adibita a Scuola Elementare.

 

Fanzolo

La villa più importante e conosciuta del territorio comunale è sicuramente Villa Emo Capodilista a Fanzolo, una delle migliori realizzazioni del grande architetto vicentino Andrea Palladio che la progettò intorno al 1500 e la inserì nello splendido volume illustrato: Quattro libri dell’Architettura.

 

La villa fu commissionata da Leonardo Emo (di nobile e potente famiglia padovana) e fu completata nel 1560. Nella villa convivono le funzioni legate ai bisogni della campagna circostante, (con vaste aree dedicate alla conservazione del grano e degli altri prodotti agricoli, al ricovero degli attrezzi agricoli, al ricovero del bestiame), con esigenze di rappresentanza del committente. Il corpo centrale valorizzato dall’ampio scalone, presenta un grande timpano sorretto da quattro colonne che conferiscono alla villa un aspetto spiccatamente monumentale. L’interno è quasi interamente affrescato da Giovan Battista Zelotti (1526 circa – 1578) con diversi cicli di affreschi che comprendono temi mitologici (stanza di Venere e stanza di Ercole), temi religiosi e simbolici (stanza delle Arti dell’Astronomia, ecc.). Negli affreschi è stata sottolineata, da alcuni critici, la presenza del maestro dello Zelotti, il grande Paolo Veronese (1528 - 88).


Dal corpo centrale si dipartono due lunghe barchesse porticate chiuse da due colombaie. Le visite si effettuano il sabato e i giorni festivi dalle 15.00 alle 18.00 da aprile a settembre e dalle 14.00 alle 17.00 da ottobre a marzo.
Tra i molti edifici civili di importanza storico-artistica va ricordata l’ottocentesca Villa Lion Pellizzer e la coeva Villa Appiani, ora Scuola d’Infanzia.
L’attuale chiesa di Fanzolo è stata completata nel 1905, mentre l’antica chiesetta, risalente alla fine del XIV o agli inizi del XV secolo è ancor oggi visibile nel lato occidentale, in quanto è divenuta il transetto della nuova, pur conservando interessanti elementi architettonici cinquecenteschi. Già nel 1777 la chiesa cinquecentesca fu probabilmente ampliata e restaurata in quanto dai documenti risulta essere stata consacrata dal vescovo di Treviso Paolo Francesco Giustiniani, anche se nel 1780 il soffitto crollò a causa di un fulmine e furono necessari altri lavori.

 

Fossalunga e Pozzobon

A Fossalunga, verso la strada Postumia, sono venute alla luce diverse testimonianze romane; in località Ronchetto, fu scoperta un’urna cineraria con una moneta e un vasetto ma, purtroppo, questi materiali sono stati dispersi. I poderi di Pozzobon sono ricordati nei documenti papali del 1171, mentre nel 1231 è ricordata per la prima volta la cappella di Fossalunga. Poco si sa di questa chiesetta, dedicata a Sant’Agata, mentre è documentata la costruzione del primo campanile, intorno al 1470. La chiesa attuale fu edificata su un’area ceduta dai Ravagnin, proprietari dell’attigua villa, tra il 1754 e il 1787 e fu abbellita per volere di Monsignor Lorenzo Crico tra il 1802 e il 1825. Furono chiamati ad affrescarla il noto pittore veneziano Giovan Batista Canal (Venezia 1745 – 1825) che realizzò il grande dipinto del soffitto raffigurante Il martirio e la gloria di sant’Agata, e il pittore e decoratore Giuseppe Borsato (Venezia 1771 – 1849), che realizzò i riquadri architettonici e le false architetture. Del Canal sono anche La moltiplicazione dei pani e dei pesci della parete sinistra e La raccolta della manna di destra.

 

La villa più importante è sicuramente la Ravagnin de Lotto che assume l’aspetto di un vero e proprio palazzo cittadino a tre piani, più che quello della villa di campagna. Fu costruito nel secolo XVII con un corpo centrale molto elevato in altezza, presenta un’ala a destra e doveva avere un’ala anche a sinistra, per simmetria. All’interno i due saloni centrali (porteghi in veneto) sono richiamati in facciata, da trifore con balconi in pietra. Il piano terra è occupato da vaste cantine, mentre l’ampio sottotetto era adibito a granaio Nella piazza principale, notevole l’edificio quattrocentesco, con bella bifora, ora adibito ad osteria e già appartenente alla famiglia Pomini. Suggestiva anche Casa Volpato, e, poco distante, Villa Cariolati Setti, edificata nel XVI secolo e interamente affrescata, è, per questa sua caratteristica, unica nel suo genere. I dipinti, di contenuto allegorico e mitologico, anche se non sempre di facile lettura, sono attribuiti a Santo, figlio di Martino da Caselle, un frescante abitante all’epoca a Fossalunga.

 

Elegante residenza signorile di campagna, la villa è particolare per non aver subito nel tempo modificazioni, evento consueto in ville coeve. Accanto alla villa sorgeva un oratorio dedicato a San Giuseppe demolito nel 1640. Poco distante si trova la settecentesca Villa Alessandrini, costruita su due piani e dotata di timpano. A lato della villa si trova una casa quattrocentesca con decorazioni e motivi araldici verso la strada, poco oltre troviamo Villa Galli anch’essa settecentesca. In località Rizzardina, tra Fossalunga e Vedelago ricordiamo la seicentesca Barchessa Rizzardina, la Casa Rizzardina Durighel e l’Oratorio dedicato a San Michele Arcangelo costruito intorno al 1750. In località colmello di Pozzobon troviamo l’Oratorio di San Simone e Giuda, sobria ed elegante costruzione, menzionata nei documenti già dal 1171.